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Strenuamente frenetico, si alterna tra
tele e pennelli, codici e pandette. Sfoggia un talento brillante, sfoderando la griffe dell’artista di razza, in una progressiva maturità tecnica. La tavolozza vivace è imperniata sul contrasto tra toni freddi, blù intenso e toni solari, dorati e opalini. È una stringatezzadi mezzi espressivi, a intaccare la levigatezza di fondi radiosi e distese azzurre, in una germinazione di forme pullulanti che rammentano talvolta il sublime klee. Emerge la suddivisione in campiture, dai contorni saldamente impaginati, intersecate da una griglia di segni d'interpuzione che rammentano antichi codici musicali, folti di fregi vegetali e animali; questa frammentazione in teoria di motivi della pittura pompeiana e dei mosaici, della pittura bizantina e dei codici miniati. È una pittura lieve, quella di Antonino Romanò, fatta di tratti ariosi, in punta di pennello, che diviene sismografo di una pulsione, con andamento sinuoso, rotatorio, sfiorando guizzante la superficie dell'opera. L'istintività della pittura di getto è un frutto di un segno fluido e danzante. La sua pittura, non ha nulla da spartire con grossolane deformazioni espressioniste, né con i deleteri bamboleggiatori Naif che hanno imperversato propinandoci lepide leziosità di cartoline, caramellosamente stantie. La felicità inventiva, il cromatismo avvincente, la sicurezza dell'impianto compositivo, le sagome di animali slanciati in movimento, sono ingredienti di una ricetta pittorica sapida, accesa da pigmenti vivaci, con corrugamenti espressionisticamente icastici. Antonino, opta per un repertorio uranico solare, allo Zenith, e potrebbe illustrare il grande libro archeologico della civiltà universale, per l'immediatezza dell'immagine che spunti con chiarezza disascalica d'impaginazione, come una BIBLIA PAUPERUM, resa in un colore che non soverchia la struttura dell'insieme. GIULIANA GALLI Milano 2000 |
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